Mosaico e territorio

Nel  paesaggio  friulano  l’arte  musiva  è espressione estetica e segno concreto di una memoria che resiste. Ne è testimonianza il sito archeologico di Aquileia, dove tutt’oggi è possibile ammirare lo splendore di una vasta collezione di tesori musivi, risalenti all’epoca romana e paleocristiana che, a partire dalla magnificenza dei pavimenti  della  Basilica di  Santa  Maria  Assunta, si  irradiano  nei  secoli,  trovando nel territorio pedemontano un ambiente favorevole.

Dal Rinascimento all’Ottocento, l’arte del mosaico resta viva grazie al legame tra il Friuli e Venezia. La Serenissima, ponte culturale tra Oriente e Occidente, tra Roma e Bisanzio, è infatti il centro di riferimento per maestranze specializzate, emigrate in laguna con la loro manualità affinata e l’intuizione geniale di utilizzare i sassi levigati dei fiumi Meduna e Tagliamento per trasformare un materiale povero in tessere preziose.

Questi uomini, nati nei borghi di montagna, divennero maestri in città, contribuendo a decorare palazzi, basiliche e piazze, esportarono infine la loro arte in tutto il mondo: da Parigi a Buenos Aires, da Tokyo a New York.

Tuttavia, è nel Novecento che l’arte musiva friulana conosce un nuovo impulso grazie alla fondazione della scuola mosaicisti a Spilimbergo. L’iniziativa  nasce  come  risposta  concreta  al  bisogno  di strutturare  in  modo  permanente  una  formazione professionale  su  una  vocazione  antica  del  territorio.  A  soli  tre  anni  dall’inaugurazione,  l’istituto è descritto come “una rifiorente scuola d’arte e di cultura professionale”, in cui si respira la tensione costruttiva di un sapere in divenire.

La  Scuola  si  distingue  per  la  sua  impostazione metodica e progressista, capace di unire teoria e pratica. Gli allievi, ragazzi dei borghi pedemontani, spesso percorrono ogni giorno chilometri a piedi o in bicicletta per raggiungere le aule. Superano difficoltà economiche e familiari pur di apprendere un mestiere che promette un futuro. Dopo un primo  percorso  propedeutico  fatto  di  disegno geometrico e ornato, i giovani iniziano la pratica musiva partendo dagli esercizi più semplici – lettere, numeri, motivi ornamentali – fino ad arrivare alla figura, al volto, al ritratto. Ogni gesto è lento e studiato, ogni taglio di martellina frutto di una sapienza formata nel tempo.

I disegni raccolti, i cartoni preparatori, le fotografie dei lavori terminati testimoniano un lavoro corale tra maestri e allievi che, in pochi anni, produce risultati straordinari. Infatti un primo riconoscimento internazionale arriva già nel 1923 con il Diploma d’Onore alla Prima Mostra  Internazionale  delle  Arti  Decorative  di Monza, per una fontana su disegno dell’architetto Raimondo D’Aronco. Da quel momento, la Scuola diventa  punto  di  riferimento  per  grandi  progetti artistici in Italia e all’estero.

Alla base della formazione vi è l’idea che il mosaico non può ridursi a tecnica o artigianato, ma deve sollevarsi al ruolo di arte, sviluppando delle solide basi  culturali.  Non  basta  la  precisione  manuale, serve un’educazione dell’occhio e della mente. La conoscenza dei materiali, della prospettiva, delle funzioni decorative e simboliche del mosaico deve intrecciarsi  con  lo  studio  degli  stili,  della  storia dell’arte, della composizione. Un campo in cui la sensibilità si affina attraverso il rigore.

La Scuola colma quel vuoto educativo attraverso un percorso didattico inclusivo e comunitario, avvicinando gli allievi agli artisti progettatori. Insieme hanno il potenziale di scoprire risorse impensate in un rapporto che corrisponde quasi a quello stabilito fra direttore e orchestra.