Oggi, l’arte del cartoccio continua a vivere e rigenerarsi grazie a esperienze collettive come il laboratorio dell’Università della Terza Età del Gemonese, dove sapere antico e creatività contemporanea si incontrano. In questo spazio condiviso, i partecipanti riscoprono gesti lenti e minuziosi, imparano a intrecciare le foglie di mais secondo tecniche tramandate nel tempo, applicandole alla creazione di oggetti nuovi, inediti, talvolta sorprendenti. Una scelta fondamentale del gruppo è quella di lavorare il cartoccio in modo naturale, senza l’uso di coloranti, valorizzando la bellezza originale delle brattee. Le sfumature calde, dal panna al dorato, fino al nocciola, diventano così parte essenziale dell’estetica del manufatto.
A rendere il laboratorio ancora più radicato nel territorio è la ricerca delle materie prime in loco. Le brattee non si acquistano, si raccolgono a mano, un gesto semplice ma carico di significato. Nell’epoca della meccanizzazione spinta, la raccolta del mais avviene quasi ovunque con l’ausilio della mietitrebbia, che sminuzza e rende inutilizzabili le foglie. Recuperare materiale integro è diventato difficile, quasi impossibile. Pertanto, la sopravvivenza di questo sapere antico dipende da chi sceglie un’agricoltura lenta, consapevole, fatta ancora dalle mani dell’uomo e da tanta pazienza.
Alcuni agricoltori del Gemonese, sensibili al valore del progetto, hanno dedicato piccoli filari alla raccolta manuale: un atto prezioso, oggi quasi eroico, che consente di conservare intatte le foglie, proteggendole dall’umidità e dalla pioggia che le renderebbero fragili e inutilizzabili.
Le brattee, infatti, sono estremamente delicate, raccoglierle è un lavoro che chiede attenzione, esperienza e collaborazione. In questo intreccio virtuoso tra contadini, natura e comunità prende forma un nuovo patto tra paesaggio e cultura, dove ogni foglia diventa testimone silenziosa di un sapere salvato.

Il laboratorio però non è solo un luogo di apprendimento manuale, ma anche un presidio di socialità. Le mani si muovono, le storie si intrecciano: l’esperienza artigianale diventa così cura, relazione, tempo dedicato a sé e agli altri. Qui non si lavora in silenzio, anzi, è proprio il frusciare sottile delle brattee a dare il via a conversazioni leggere, alle volte profonde, a risate, a memorie condivise.
La creatività si alimenta da questi scambi: vicende personali, ricordi d’infanzia, idee nate da spunti visti online da chi, con curiosità, esplora anche il mondo digitale. La tradizione incontra così il presente dimostrando che nulla è davvero cambiato rispetto al passato, quando l’arte dello scussi svolgeva fra le mura domestiche coinvolgendo tutti i membri della famiglia e talvolta anche il vicinato. Oggi come allora, la lavorazione del cartoccio è un gesto collettivo che si compie in un clima conviviale dove anche le persone più timide trovano uno spazio accogliente. Il chiacchiericcio delle foglie unito alla naturalezza delle conversazioni, aiuta a sciogliere i silenzi e ad aprirsi poco a poco. Nessuno è forzato, ma tutti possono sentirsi parte di un ritmo condiviso, dove il gesto artigianale diventa un ponte tra sé e gli altri, tra passato e futuro, inteso anche come scoperta di un nuovo talento manuale inesplorato.