Nel cuore del Friuli si è sviluppata una tradizione artigianale unica: l’arte del cartoccio, ovvero la lavorazione delle foglie di mais per creare sporte, borse intrecciate, bambole e varie tipologie di oggetti. La pratica affonda le sue radici in tempi lontani, probabilmente risalenti alla comparsa del mais nel territorio, tramandata oralmente di generazione in generazione. I manufatti creati dalle abili mani delle donne friulane sono piccoli scrigni di memoria, capaci di trasmettere usi, costumi e sentimenti di un mondo che lentamente è andato sparendo.
Originariamente la lavorazione del cartoccio nasce come attività complementare all’agricoltura e si intensifica nei mesi invernali, quando il lavoro nei campi si interrompe. Nei momenti storici più difficili, come quelli segnati dalle guerre mondiali e dalla crisi agricola degli anni Trenta, la lavorazione dello scus assume anche una funzione economica e sociale, contribuendo a fornire un reddito integrativo alle famiglie contadine e a contenere l’emigrazione femminile e giovanile da aree come il Rojale e i comuni vicini verso le città o l’estero.

La tecnica di lavorazione prevede diversi passaggi. Dopo la raccolta del mais si passa all’attenta selezione delle brattee: quelle interne, più chiare e morbide, vengono candeggiate (un tempo con fumi di zolfo); quelle esterne, più scure, lasciate naturali o tinte con colori vivaci, talora ricavati da aniline sciolte in acqua bollente con aceto o sale per fissare meglio la tinta. Una volta pronte, le brattee vengono inumidite in acqua tiepida per facilitare l’intreccio e, se destinate alla realizzazione di sporte e borse, attorcigliate per creare una corda.
Storicamente l’intero procedimento si svolge nelle case, coinvolgendo donne, anziani e anche bambini a ritmo di storie e canti popolari.
Tra le destinazioni tradizionali della lavorazione c’è la sporta. Inizialmente povera e pratica, si è diffusa rapidamente nei mercati locali diventando simbolo della capacità della comunità rurale di trarre valore da ciò che la terra offriva. Confezionata a mano con l’uso di telai di legno, stampi, aghi ricurvi e tecniche di intreccio che permettevano varie decorazioni e fantasie, negli anni ’40 e ’50 del Novecento la borsa intrecciata si evolve, adattandosi alle richieste di un mercato sempre più ampio e raffinato. I modelli base lasciano spazio a eleganti borsette foderate e ornate, apprezzate non solo in Italia, ma anche all’estero, fino alle sofisticate vie di New York.
Reana del Rojale, a sud della pedemontana Gemonese, diviene il cuore pulsante di questa tradizione. Un laboratorio creativo dove maestri artigiani e centinaia di cartocciaie, spesso autodidatte, lavorano assieme trasformando il materiale povero in piccoli capolavori di ingegno e valore.
A diffondere ulteriormente quest’arte sono le stesse donne che la praticano: se una di loro si trasferisce, per matrimonio o lavoro, porta con sé il sapere antico, generando nuovi nuclei produttivi in Friuli. Nel corso degli anni alcuni imprenditori tentano persino la via della meccanizzazione, ma con scarsi risultati: la fragilità del materiale così vivo e l’aumento dei costi dimostrano la superiorità della lavorazione manuale, soprattutto se organizzata in filiere artigianali ben strutturate, dove ogni cartocciaia è specializzata in un componente del prodotto finito.

Tuttavia, nel 1951, l’intero settore conosce una grave crisi: i costi non sono più sostenibili e il confronto con la concorrenza della vicina ex Jugoslavia, più economica e competitiva, mette in ginocchio la produzione locale. Il cartoccio rischia di scomparire, travolto da nuovi materiali come il nylon o la paglia. È in questo clima che emerge la figura di don Mario Fabrizio, parroco di Cortale, che comprende l’importanza della tecnica sia come arte, sia come risorsa sociale. Concepisce un sistema fondato su qualità artigianale, rete di vendita e formazione professionale, dando vita a mostre, corsi e, nel 1964, alla Cooperativa Artigiana Cartocciai Friulani.
Attraverso queste iniziative, il cartoccio ha una rinascita: nuove collezioni, premi alle esposizioni, e soprattutto una maggiore dignità per le artigiane. La cooperativa permette loro di lavorare da casa e vendere i prodotti a un prezzo equo, evitando gli intermediari. Nonostante nuove crisi negli anni successivi, dovute alla concorrenza e al mutamento dei gusti, l’esperienza della cooperativa e della scuola professionale lasciano un’eredità importante, contribuendo a mantenere viva una tradizione capace di adattarsi ai cambiamenti senza perdere il legame profondo con la propria terra e cultura.